DALLE ALPI GIULIE AI TREKKING IN EUROPA E TURCHIA


Era il 27 agosto 1999. La mia vacanza d’agosto con la famiglia volgeva al termine. Come ogni anno a fine vacanza mi proponevo un’escursione in alta montagna di un certo impegno e difficoltà sentendomi sufficientemente preparato fisicamente. Questa volta ero riuscito a coinvolgere un ragazzo amico dei miei figli per effettuare con lui la salita al Jôf Montasio lungo la via diretta Kugy sulla parete nord. Ma volevo anche trascorrere una notte in bivacco con i miei figli coinvolgendoli in qualche modo nell’iniziativa. Perciò nel pomeriggio del  26 agosto dalla Val Saisera partiamo in gruppo alla volta del  bivacco Carlo Stuparich (m.1587) che raggiungiamo lungo un’erta salita in circa un’ora e mezza. Bella struttura con 12 posti letto, con interni perlinati, sala-cucina con tavolo e panche ad angolo. In serata, messi in funzione i fornelletti a gas, consumiamo le consuete zuppe liofilizzate e scatolette di carne e tonno. Tra un partita di carte e l’altra alla  luce della lanterna, scrutiamo fuori dalle finestrelle il cielo sempre più plumbeo. Andiamo a letto nelle brandine a castello ma la notte trascorre insonne anche per il tormento dei ghiri girovaganti sul soffitto. La sveglia non è delle migliori: una fitta nebbia avvolge il bivacco e una fitta pioggerella martella insistentemente il tetto in lamiera del nostro ricovero. Facciamo colazione scrutando il tempo dalle finestrelle del bivacco, sperando in una schiarita. Quando sono quasi le  nove e mezza, le nebbia si è un po’ diradata ma le nuvole sono ancora basse. Decidiamo di tentare la salita fidando delle previsioni meteo che danno bel tempo per il pomeriggio. Salutiamo miei figli e gli altri compagni di bivacco, dando loro appuntamento alle diciassette ai piani di Pocol (casere del Montasio) dove saremmo stati recuperati. In circa un’ora raggiungiamo la base del ghiacciaio, inforchiamo i ramponi e con l’aiuto della piccozza iniziamo a salire: la dura crosta del ghiacciaio e il pietrame caduto facilitano alquanto il procedere. In mezzora, superato uno sperone quasi verticale, arriviamo alla crepaccia terminale (quota m. 2050). Riponiamo le piccozze nello zaino e ci attrezziamo per la salita: imbrago, cordini e moschettoni, casco e corda. Il passaggio del crepaccio e l’attacco del traverso di circa quindici metri (III grado) tocca ad Andrea, fresco del corso roccia frequentato a Trieste. Dopo qualche titubanza ci aggrappiamo alla roccia bagnata e dopo qualche passaggio  in libera raggiungiamo i fittoni con la corda di canapa che assicura il traverso e che  dovrebbe darci fiducia: ci fidiamo invece solo dei chiodi e della nostra corda. Arriviamo alla parete verticale (circa 100 metri) attrezzata con grossi pioli risalenti a prima della seconda guerra mondiale. Il nostro procedere si fa più accorto: occorre ripulire dell’acqua ogni piolo prima di afferrarlo saldamente.

Giungiamo così sulla cresta dello sperone della Torre Polizza, e saliamo in libera senza difficoltà fino ad un canalino da dove si diparte un’esile cengia assicurata (in alto alcuni spit con cordini ed in basso le gambe a penzoloni o quasi sullo strapiombo). Ora la cengia è più larga e ci consente una breve sosta per una foto e uno sguardo d’intorno, per la verità poco appagante perché le nuvole e le nebbie sono ancora incombenti: riusciamo a scorgere verso nord la cresta Berdo e la Torre Genziana. Siamo sotto al famigerato passo Oitzinger raccontato da Julius Kugy nella prima salita del 1902: un tratto verticale (10 m.) attrezzato con  alcuni radi pioli: un ultimo sforzo e usciamo dalle difficoltà, almeno così crediamo. In effetti la parte prettamente alpinistica è terminata ma inizia quella più pratica e delicata dell’orientamento: occorre salire a vista (non si trovano segnali)e stare molto attenti ai massi poco stabili e alla friabilità della roccia. Infine si perviene alla crestasommitale del Jôf Montasio (circa 700 m. di salita dall’attacco) dove sostiamo alcuni istanti per ammirare le cattedrali di roccia che ci circondano e i paesaggi lontani, senza dimenticare nel nostro intimo di rivolgere una preghiera di ringraziamento al buon Dio che ci ha protetto, così come fecero Julius Kugy e le sue guide rivolti al Monte Santo del Lussari, quasi cento anni addietro. Ci attendono altri venti minuti di cresta e poi arriviamo alla vetta (m. 2753 con campana dedicata all’alpinista triestino R.Deffar).

Sono circa le quattordici, scattiamo alcune foto ricordo, comunichiamo l’arrivo in vetta agli amici e familiari di fondo valle, consumiamo il nostro panino e poi intraprendiamo la discesa. Il II grado non è finito, il canalone Findenegg (cresta ovest) è da percorrere con molta attenzione per l’esposizione e la friabilità delle rocce. Ad ogni modo in quaranta minuti arriviamo al fondo sulla grande cengia che porta al vicino bivacco A.Suringar (m. 2430) per proseguire verso sud  aggirando la  caratteristicaTorre Disteis (cengetta esposta con corde fisse) e per facili roccette (I grado) si arriva alla base della parete Sud del Montasio, nei pressi della Forca Disteis, là dove inizia un lungo ghiaione. Decidiamo di affrettare il nostro incedere anche se stanchi; ci buttiamo giù per le ghiaie un po’ ruzzolando un po’ riempiendoci gli scarponi di fastidiosi sassolini. Al grido delle marmotte scendiamo velocemente i pascoli dell’Altopiano del Montasio fino alle casere di Pocol dove siamo accolti festosamente da miei figli Marco e Sara. Beviamo un bicchiere di latte fresco alla casera (altro non offre se non formaggio prodotto in loco), e ci inoltriamo allegramente lungo la stradina asfaltata che porta ai parcheggi, superando a fatica le numerose mucche al pascolo che fanno rientro nelle stalle di mungitura. E’ stata una splendida ed appagante avventura senza dubbio fortunata viste le premesse. Un grazie di cuore ad Andrea Cervia perché senza di lui da solo non avrei potuto avventurarmi sulle infide e impervie pareti del Montasio.

Venezia, gennaio 2009.                                                                                                                                                    

Giovanni Cavalli