DALLE ALPI GIULIE AI TREKKING IN EUROPA E TURCHIA


TREKKING NEI PARCHI NAZIONALI DELLA GRECIA

VIKOS AOÖS - PINDOS – OLIMPO: 17 – 24 GIUGNO 2008

 

Relazione

 

 

Testo di Giovanni Cavalli

 

 

E sono tre i trekking in tre anni che la Giovane Montagna di Venezia organizza e porta a termine con successo fuori dall'Ialia: il primo negli altriTatra della Slovacchia, il secondo nei Monti Rila della Bulgaria e quello di quest'anno nei monti e nei parchi nazionali più importanti della Grecia: i Pindo e l'Olimpo che si situano rispettivamente nell'Epiro e in Macedonia al confine con la Tessaglia.

L'organizzazione affidata alla ormai collaudata e affidabile guida alpina slovacca Jaroslav Michalco, al quale a fronte di una sua proposta di programma è stato suggerito di includere la salita all'Olimpo tenendo conto delle indubbie difficoltà di attuazione, vuoi per le notevoli distanze tra i luoghi da visitare, vuoi per le impervie strade da percorrere. Per contenere i costi entro limiti abbordabili da tutti, abbiamo sempre accettato sistemazioni in alberghi non di lusso, e cene decorose.

Mi sono fatto carico delle prenotazioni aeree il pregando il cielo che l'Alitalia non ci lasciasse a terra. Invece la partenza ed il ritorno sono avvenuti in perfetto orario e questo per me è stato il dissolversi di un incubo, il problema principale legato al trekking.

All'aeroporto di Salonicco Jaro si è presentato con la giovane interprete slovacca Mira in quanto sua moglie non poteva affrontare le fatiche delle escursioni perché in gravidanza. Il pullman promesso non era greco ma bulgaro e questo da subito ci ha creato una prima difficoltà: un arcigno poliziotto greco minacciava il sequestro del mezzo sostenendo il divieto del servizio di trasporto persone in territorio ellenico, poi, dopo varie preghiere e intercessioni (agenzia turistica greca a cui si era appoggiato Jaro, minaccia da parte nostra di interessare l'ambasciata Italiana ad Atene), il parere è mutato in divieto di trasporto persone oltre i confini della Grecia. Con quasi due ore di ritardo sulla tabella di marcia, sotto una cappa di calore che sfiorava i 40 gradi, finalmente si parte. Lungo l'autostrada costiera ammiriamo Salonicco dall'alto, il mare Egeo con le sue stupende spiagge, la bella pianura intensamente coltivata a risaia; giungiamo sotto le propaggini dell'Olimpo intravvedendo le sue cime. Passando oltre, effettuiamo una prima sosta in un grazioso chiosco: un gelato, una bibita, una rinfrescata e una foto anche alle capre al pascolo. Poi di nuovo in pullman verso Larissa, superando una bella valle che taglia di netto le montagne verso la Tessaglia.

Dopo circa 150 chilometri l'autista, un simpatico ragazzo bulgaro molto coscienzioso, ci obbliga ad una nuova sosta di mezz'ora per non incorrere in sanzioni stradali. Scendiamo dal pullman in un distributore stradale con attiguo ristorante discoteca, chiuso, posto in una piana assolata ed arsa del tutto somigliante all'Arizzona. Io, Gianmario e Francesco, scorgiamo su una collinetta una chiesetta votiva e decidiamo di visitarla, scattando alcune foto. Ripreso il viaggio, superiamo la città di Larissa, la città di Trikala, poi ci fermiamo per un momento ad ammirare le Meteore a Kalambaka dalla campagna. Da qui in poi la strada si fa impervia e sale e scende per le montagne infinite volte, superando il passo di Katara posto a 1690 m. (katara in greco significa maledizione). Giù in fondo alle valli si notano tratti di autostrada in costruzione, gallerie e grandi viadotti (si tratta dell'austrada che da Igoumenitsa porta a Salonicco e Costantinopoli (il tracciato della via Romana Ignatia). La preoccupazione di non arrivare ad un'ora decente a Ioannina, ormai assale tutti, più che mai Jaro e l'autista. Alle 21,25 finalmente giungiamo a Ioannina, nell'hotel ristorante con piscina Krikonis. C'è chi all'interno ha potuto seguire le partite di calcio dell'Europeo. Ottima cena e prima colazione, ma grande delusione per non aver potuto visitare la città con il suo stupendo centro storico e la bella isola di Nissi del lago Pamvotis.

 

Finalmente le pedule ai piedi: da Monodendri dove il pullman ci ha sbarcati, mercoledì 18 scendiamo nella gola di Vikos, circondati da spettacolari scenari di rocce strapiombanti, da fiori e piante officinali (aglio, salvia). Giunti al fondo del vallone, incontriamo il greto del torrente asciutto, lo percorriamo per 500 metri saltellando tra un masso e l'altro, forse commettendo un primo errore di sentiero, poi riprendiamo a salire sul costone di sinistra (destra orografica). Per molte ore sarà un crescendo di saliscendi, dentro e fuori il greto del torrente, con difficoltà non da tutti superabili con facilità. Finalmente ci fermiamo a circa metà percorso ad una fontanella sotto un magnifico boschetto: è l'ora del pranzo e si mangia quello che si ha (conservato dalla prima colazione o comperato nel paesino di Monodendri). Si riprende la marcia dopo aver atteso Jaro e Angelo in notevole difficoltà. La vegetazione della valle è rigogliosa, a tratti si aprono delle radure fiorite e si incominciano a intravvedere i segni del passaggio dell'uomo e di capre. Le pareti a picco paiono non terminare più: sorprendenti gli innumerevoli pinnacoli rocciosi che si ergono di fronte a noi sulla destra. Giungiamo finalmente ad un bivio segnalato: a destra si sale a Megalo e Micro Papingo, a sinistra a Vikos, dove Jaro decide di farci arrivare per abbreviare il percorso e dove anche il pullman ci attenderà. La salita al paesino di Vikos, abbarbicato su un promontorio della Valle, è stata abbastanza faticosa per il gran caldo, ma ne valeva la pena. Durante il percorso abbiamo potuto godere di magnifiche vedute della Gola, del frastuono del torrente Voidomatis che proprio ai nostri piedi ha iniziato il suo corso (peccato non aver veduto le sorgenti e nelle vicinanze un antico monastero). A Vikos abbiamo atteso fino alle ore 19,00 l'arrivo del pullman.

Ma le avventure del giorno non sono ancora finite: dobbiamo scendere nel fondo valle per poi risalire a Megalo Papingo: l'autista ci ha spiegato che vi è un ponte molto stretto e con portata ridotta da superare e che nella mattinata credeva non fosse transitabile, tuttavia si può tentare. Transitiamo a passo d'uomo con il timore del crollo del ponte, sotto il quale scorre un torrente dalle acque limpide e dalle rive coperte da folta vegetazione. E' andata, saliamo ben 17 tornanti e finalmente arriviamo a Megalo Papingo: il nostro alberghetto si trova all'estremità del paese, quasi un chilometro più in alto. Dopo un po' arriva una persona anziana (padre del gestore dell'albergo) con un furgone a cassone Nissan alquanto sgangherato, dove carichiamo i nostri bagagli. Risaliamo la stretta via selciata contornata dalle caratteristiche case con muratura e tetti in pietra. Ci vengono assegnati i posti letto, con la mediazione dell'affabile e ospitale gestore e di sua moglie di origini italiane. Raggiungiamo poi la taverna in fondo al paese dove era stabilito che si consumasse la cena. Sotto un pergolato all'aperto, abbiamo dato inizio a quello che sarebbe stato il nostro pasto abituale: gran primo piatto costituito da un misto di verdure con cetrioli, pomodori e cipolle, non condite, o meglio il condimento era sul fondo del piatto; secondo di carni, generalmente montone od agnello cucinato in vari modi. Vino e bevande a pagamento personale: ottimo il vino rosso ma anche la birra. Al termine caffè espresso e un sorso della tipica grappa locale dal sapore di anice.

 

L'indomani, giovedì 19 giugno, saliamo al rifugio Astraka in poco più di 3 ore passando per il paesino Micro Papingo (più caratteristico del precedente con una bellissima chiesa in restauro abbellita dal solito gigantesco platano, albero dedicato a Giove nell'antica mitologia). La fatica della salita è stata lenita da numerose sorgenti di ottima e fresca acqua (qui si usano costruire delle cappellette in muratura con al centro un supporto in marmo a becco d'anatra per bere l'acqua).

 

La giornata è limpida e di quelle da non perdere in sonnellini e riposini al rifugio. Perciò verso le ore 13,00 raccolti i volontari, Jaro consiglia di salire alla cima del Gamila, più breve dell'Astraka (forse no). Un altro gruppo con l'accompagnatrice Mira, decide per il percorso meno faticoso che porta al lago Dragon. Dopo ore 2,30, io, Jaro, Tita e Gianmario raggiungiamo la vetta del Gamila da cui la vista spazia dal lontano Olimpo ad Est al mare Adriatico (isola di Corfù), a fronte il bellissimo profilo della cima Astraka e, in fondo ai precipizi il lago Dragon. La salita è stata allietata da interessanti concrezioni calcaree e di origini vulcaniche che creavano strane geometrie nelle rocce, tratti innevati e fiori di montagna appena sbocciati. Al ritorno solita bevuta di acqua fresca di nevaio: l'arsura era tanta come i quasi 2000 metri di dislivello in salita fatti.

Soddisfazione per il panorama anche da parte degli escursionisti del lago (alcuni hanno avuto l'impressione di trovarsi negli antichi luoghi delle leggende mitologiche). Dopo cena tutti sul terrazzo davanti al rifugio ad ammirare il tramonto, giù verso l'Adriatico e l'Albania.

La sistemazione nel rifugio in letti a castello(camerone unico) è stata buona, peccato che i bagni erano tre piani sotto.

Venerdì 20 giugno: colazione e discesa a Megalo Papingo (non era consigliabile scendere a Kleidonia come da programma perchè il percorso era troppo lungo e difficoltoso) dove abbiamo recuperato Angelo e l'autista. Riconquistato il famoso ponte stretto, scesi un momento per alleggerire e agevolare il passaggio del mezzo, fatte alcune foto ai canoisti che si apprestavano ad effettuare la discesa del torrente Voidomatis, raggiungiamo in salita l'abitato di Aristi e poi lunga discesa fino a Kleidonia dove decidiamo di sostare per visitare un ponte caratteristico sul torrente Voidomatis, proprio nel punto in cui chi fa rafting termina la sua corsa (ore 1,30). Questi ponti servivano in epoche passate per il transito degli armenti. Foto al ponte, ai numerosi e possenti platani che adornano le rive del torrente e pediluvio nelle limpide e fresche acque.

 

Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia; ci fermiamo qualche chilometro più avanti nella cittadina di Konitsa, attraversata dal torrente Aoös (dalla strada si è intravvisto un altro ponte caratteristico) per l'acquisto dei francobolli “comunitari”, mentre Jaro, mosso a pietà per i trekkinisti, compera cetrioli, grossi pomodori, formaggini, pesche e pane per il pranzo al sacco.

 

Da Konitsa la strada si inerpica con numerosi tornati sulle pendici occidentali dei Pindo (catena dello Smolikas m. 2637) e dopo interminabili saliscendi si giunge nell'abitato di Palioseli. Si trova alloggio per Angelo e l'autista con l'aiuto di un oste alquanto pittoresco e caciaroso (gli abitanti del posto tutti di statura minuta più simili alle popolazioni albanesi che greche, tutti dediti, salvo alcuni, alla pastorizia e alla montagna: vedi vecchietta con la falce e fascio di erba sulle spalle, o le vecchiette intende a mondare la lana). Sono ormai le 14,30 quando ci muoviamo alla volta del rif. Smolikas che raggiungiamo tutti verso le ore 17,00. Durante la salita, alle nostre spalle scorgiamo la maestosa catena dei Pindo con le cime Astraka e Gamila ben in vista.

Non c'è tempo per prolungare l'escursione della giornata perché alle 19,00 il gestore del rifugio, un signore di mezza età affabile e dal perfetto idioma italiano (forse appreso dagli alpini dell'ultima guerra che qui hanno combattuto, forse no perchè troppo giovane), ci aveva congegnato la sua cena senza alcun aiutante e mancavano anche sedie e panche. Tuttavia due ore erano più che sufficienti per una breve digressione verso l'alto di cui assieme a Gianmario ho approfittato giungendo su un crinale a circa 2100/2200 m. di quota, proprio frontalmente alla cima dello Smolikas.

 

Sistemati in tre stanzoni al piano superiore del piccolo rifugio, in letti a castello, l'indomani di prima mattina (sabato 21), dopo colazione discesa a Palioselli per lo stesso sentiero del giorno prima: magnifiche vedute dei Pindo rischiarati dalle luci dell'alba e favoriti da un cielo terso e luminoso. A giorni erano attesi un gruppetto di ex alpini friulani in vista ai monti e luoghi della seconda guerra mondiale. La discesa a piedi è stata rapida, talmente rapida che l'Autista e Angelo erano ancora persi nei propri alloggi. Secondo i consigli del gestore del rifugio dovevamo proseguire con il pullman per circa 70 km fino alla cittadina di Grevena e da qui raggiungere le Meteore lungo una strada a scorrimento veloce. Tuttavia dopo circa 20 km., percorsi a 17/20 km orari, un cartello segnala una strada che porta a paese non indicato sulla carta. Noi la tralasciamo e proseguiamo, sbagliando, per una strada che con un giro panaoramico (1000 – 1200 m. di quota), ci immette sulla via per Ioannina. Arrivati alla confluenza tra la gola di Vikos e un'altra valle, scorgiamo un altro ponte di pietra caratteristico e ci fermiamo per le foto di rito. Risaliti in pullman, ora abbiamo come obiettivo raggiungere al più presto le Meteore, con l'incognita del passo di Katara e dei monti da superare. E' andata abbastanza bene anche perché l'autista ormai rinfrancato (minacciava sempre di fermarsi per soste obbligatorie, ossessionato dalle norme stradali: non voleva entrare in Ioannina perché il suo mezzo superava il tonnellaggio consentito, ma era necessario farlo. Il divieto non era solo per gli autocarri?).

 

Sta di fatto che arriviamo a Kalambaka (Meteore) verso le sedici (sabato 21) per un'ora di sosta e visita. Purtroppo non è stato visitato alcun monastero, troppo lontani, troppo in alto sui famosi torrioni. Tuttavia, lo shopping nella graziosa cittadina e la visita alla locale chiesa bizantina sono stati fruttuosi e interessanti. Recuperati alcuni ritardatari (si erano persi nel centro del paese), alle 17,30 si riparte questa volta decisamente alla volta di Litochoro (da percorrere ancora 156 km), dove giungiamo giusto in tempo per recarci a cena in una taverna a pochi passi dagli alberghi senza aver tempo di cambiarci. L'aria intorno era di gran festa, del resto era sabato, i ristoranti affollati da tanti giovani soldati e da tanti turisti del mare distante appena 10 km.

 

Finita la cena, sentendoci abbastanza sudaticci, prendiamo possesso delle nostre stanze in due attigui alberghetti, uno dal nome profetico: il Xenios Dias (il Dio Zeus, protettore degli stranieri, con l'effige murale che lo ritrae con in mano le famose saette).

 

Il mattino seguente (domenica 22) dobbiamo partire per l'Olimpo, 17 km. di strada di montagna con il pullman. Vi è una evidente eccitazione nel gruppo; a bordo Tita ci ricorda che è domenica; ci ricomponiamo e recitiamo convinti alcune preghiere. Giunti a Prionia a circa 1000 m. di quota, smontiamo dal pullman e cominciamo a salire attraverso un bosco rigoglioso, più rado verso l'alto.

 

Il caldo è abbastanza opprimente ma tutti riusciamo ad arrivare dopo 3 ore al rifugio Spilios Agapitos, affollato da tanta gente e di tutte le nazioni (italiani di Verona che come noi avevano percorso quasi gli stessi itinerari ma con mezzi propri, spagnoli, macedoni, sloveni, tedeschi e inglesi). Vista la bella giornata, con Jaro si decide di salire fino alla seconda cima dell'Olimpo (Skolio m. 2911 m.). Fanno parte del gruppo 11 persone con Jaro (Daniele,Gianni, Francesco, Mario e Nane, Giorgio, Giuseppe, Gianmario, Bepi Panizzon; Tita raggiungerà il gruppo successivamente lasciando Lucio A. in salita solitaria).

 

Complice la scarsa segnaletica e la fretta (qui esistono solo le indicazioni per i sentieri europei 03 – 04, gli altri non hanno tabelle ma solo tracce con quale bollino rosso) al bivio per la cima Mytikas anziché proseguire verso destra, svoltiamo a sinistra e dopo un'ora di dura salita raggiungiamo la vetta dell'Aghios Antonios (m.2815). Qui resici conto dell'errore decidiamo di effettuare un percorso per cresta in senso orario e in poco tempo raggiungiamo la vetta dello Skolio, dove scattiamo le foto di gruppo con le nostre bandiere sociali, e firmiamo il libro di vetta. La vista è splendida ed il cielo è terso e luminoso, che facciamo? Il Mytikas ci guarda dirimpetto, pochi passi e ci siamo. Detto e fatto, si prosegue, dopo 20 minuti raggiungiamo la vetta della Skala (m.2886) ma affacciatisi verso ovest, dove il sentiero diventa roccia d'arrampicare, alcuni di noi rinunciano a proseguire; Incontriamo Lucio A. che con fare trafelato ci ammonisce sulla difficoltà del percorso; ci vuole un'ora per arrivare alla vetta. In effetti la via di salita presenta difficoltà alpinistiche di I e II grado, non di più. In 35 minuti raggiungo la vetta seguito dagli altri compagni, giusto in tempo per scambiare alcune impressioni con un giovane alpinista sloveno! e dare una sbirciatina al libro di vetta, pieno di impressioni entusiastiche da chi ci aveva preceduto. Ogni volta che raggiungo una vetta o una meta, ringrazio il Signore con una preghiera per le opportunità che mi ha concesso e per le gioie familiari e della vita fin qui godute. Sulle vette dei monti della Grecia, mai una croce, in compenso lungo le strade e i sentieri, sono innumerevoli i carratteritici capitelli votivi.

La discesa, dopo le foto di gruppo, è stata effettuata con qualche cautela (la stanchezza si è fatta sentire dopo quasi 2500 m. di dislivello di salite). Durante la discesa solitaria incontro alcuni camosci dell'Olimpo, in alto volteggia una copia di aquile, gli unici animali selvatici incontrati nel trekking, se escludiamo le numerose tartarughe incontrate anche nelle strade asfaltate.. Tant'è, alle 20,15 eravamo tutti al sicuro in rifugio. Gran piatto di spaghetti con carne, verdure a profusione, vino a mezzi litri.

Lunedì 23, usciamo dal rifugio e la vetta dell'Olimpo non si scorge più: una fitta nebbia lo avvolge, forse più in alto ci sono anche le nuvole. Ma chi non era salito sul gran monte il giorno prima, non ha voluto rinunciare a salire almeno fino allo Skolio. Così faticosamente parto con il gruppo per la seconda volta verso l'Olimpo (Jaro, Mira, Margherita, Orsetta, Donatella, Paola e il marito Diomiro, Francesco e i fratelli Mario e Nane). Sostiamo per circa mezz'ora in vetta sperando nel diradarsi della nebbia; niente da fare il Mytikas rimane una chimera. Solo qualche squarcio ci fa intuire l'imponenza del massiccio soprattutto della parte orientale, scorgendo per alcuni istanti le pianure della Macedonia. Che Omero avesse visto male? Nell'Odissea dice: “”sull'Olimpo, dove dicono sia la dimora sempre serena degli Dei: non è agitata da venti, non è mai bagnata dalla pioggia, non vi si adagia la neve, ma senza nubi l'aria si stende e vi è diffuso un terso splendore””

Scendiamo per la stessa via di salita; sostiamo per mangiare qualcosa e dissetarci al rifugio e constatiamo che gli altri componenti del trekking erano già scesi a valle(qualcuno addirittura sceso al mattino ha raggiunto in taxi Litochoro e di li il mare per un bagno).

Verso le diciassette, dopo aver sostato a Prionia e raffreddato i piedi nelle gelide acque del torrente o della bella fontana prospiciente il chiosco ristoro, e bevuto finalmente il frappè (una bevanda fredda a base di caffè istantaneo), saliamo sul pullman e facciamo rientro aLitochoro.

Mancano alcune ore alla cena di commiato dalla Grecia. Si passa il tempo scrivendo le ultime cartoline, facendo shopping nei pochi negozi aperti (qui aprono la sera tardi). Alle 20,00 ci portiamo al Pytharia Restaurant vestiti con la nostra maglietta di rappresentanza. Prima di dare inizio alla cena, attendiamo l'arrivo dell'ospite dott. Yannis Mavroudis, presidente della sezione del Club Alpino di Litochoro nonché responsabile del soccorso alpino. Dopo le presentazioni e lo scambio dei doni: da parte nostra doniamo un prezioso testo sulle Dolomiti con citazioni dei più famosi alpinisti, da parte sua un testo storico sull'Olimpo. Tita ha donato un guida fotografica di Venezia all'accompagnatrice signorina Mira e ha voluto premiare con la medaglietta d'oro, simbolo della G.M. L'impegno della guida Jaro e del sottoscritto.

La cena è poi proseguita con scambio di impressioni e chiacchiere in amicizia allietata da musiche folcloristiche greche magistralmente interpretate da due attempati ma simpatici musicisti del posto: uno alla chitarra l'altro al bouzokis (per noi anche Volare e Che sarà di Jose Feliciano).

Martedì 24, colazione alle 6,30 e partenza alle 07,00 per Salonicco (quasi 100 km da percorrere). Dopo quasi due ore e giri a vuoto nel traffico caotico della città, sbagliando qualche senso unico, ci fermiamo sotto la Torre Bianca, simbolo di Salonicco dove ci accoglie una simpatica, informatissima e ciarliera guida. Con il suo italiano fluente ci porta a visitare per tre ore la parte alta della città (quanto rimane delle antiche mura che arrivavano fino al mare e la Torre fortificata da cui si gode una magnifica vista sulla città), poi a visitare la chiesa più grande della Grecia dedicata al santo patrono Agios Dimitrios, con la cripta ricavata dalle antiche terme romane e dove il santo nel 305 d.c. è stato ucciso dai romani. Nelle vicinanze ben visible l'acropoli romana con scavi ancora in atto.

Risaliti in pullman, salutata la guida, in circa 20 minuti giungiamo all'aeroporto dove alle 15,00 con volo Alitalia facciamo rientro a Venezia; Jaro e Mira in Slovacchia con aereo via Vienna.

 

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